Processo isochimica, parola al superconsulente Prof. Moscato: basta anche una sola fibra di amianto inalata per generare un tumore.

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Dopo la pausa estiva riprende il processo Isochimica con un’escussione fiume da parte di uno dei due super consulenti nominati dalla Procura per ricostruire “lo stato di salute” degli ex operai della fabbrica di Graziano, il nesso di causalità tra l’esposizione all’amianto e le patologie sviluppate dai lavoratori e la condotta del datore di lavoro e degli enti preposti rispetto ai dispositivi di sicurezza da adottare e il tipo di sorveglianza sanitaria da attuare prima, durante e dopo l’attività dell’opificio.

Un’udienza, quella odierna sempre a Napoli nell’aula bunker del carcere di Poggioreale, che ha visto la costituzione di parte civile della famiglia di g.C., ultimo ex scoibentatore deceduto. Una lunga escussione, quella del professore Umberto Moscato, docente di Igiene e medicina del lavoro presso l’Università del Sacro Cuore, che continuerà anche il prossimo 26 ottobre quando il consulente dovrà sottoporsi al contro esame di quattro legali del collegio difensivo che avevano chiesto il differimento dell’udienza di oggi.

Ad interrogare il teste il Procuratore Rosario Cantelmo e il pm Roberto Patscot. Il lavoro svolto dal professore Moscato, insieme al collega e attuale presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi, pearaltro a titolo gratuito, si è basato sull’analisi e valutazione delle cartelle cliniche degli ex operai Isochimica e sulla ricostruzione del nesso di causalità tra l’esposizione all’amianto e le patologie contratte dai lavoratori.

La sintesi a cui è giunto il consulente suona come una condanna senza appello: «tutti gli ex operai Isochimica sono in pericolo di vita. Le patologie asbesto correlate, sia di natura benigna che maligna, sono progressive, non si guarisce mai».

L’esperto distingue tra le patologie tempo/dose dipendenti e quelle indipendenti: «appartengono alla prima classe le patologie benigne, con la dovuta cautela che questa definizione comporta, mentre quelle di natura neoplastica no, perché, stando ad una lettura probabilistica, basta una sola fibra di amianto per ammalarsi».

Ma quanto dovevano essere coscienti, negli anni ’80, datore di lavoro e enti deputati al controllo? Molto, stando a quanto aggiunge il professore: «sia per quanto riguarda il concetto stesso di esposizione professionale, sia per quanto riguarda quello di sorveglianza sanitaria».

Evidentemente però all’Isochimica qualcosa è andato storto perché, aggiunge, «la scoibentazione delle carrozze ferroviarie rientrava sicuramente tra le lavorazioni a rischio e andava svolta in ambienti confinati. Così come gli abiti da lavoro dovevano essere smaltiti insieme ai materiali prodotti e nessun lavoratore avrebbe dovuto fare ingresso né uscire dalla fabbrica, senza prima aver fatto un percorso di depolveramento. Non risulta, dalla documentazione che abbiamo potuto riscontrare, che nessun operaio Isochimica sia stato sottoposto a diagnosi o visita da parte del medico di fabbrica. Eppure una diagnosi precoce e l’allontanamento dal luogo di lavoro, avrebbero potuto ritardare l’evolversi delle malattie. Sia chiaro, le patologie asbesto correlate, anche quelle benigne, sono progressive. Non si torna mai indietro, non si guarisce ma si possono rallentare con la cura».

Ecco perché Moscato definisce «singolare» come «i segnali tipici dell’esposizione all’amianto, come ispessimenti e versamenti pleurici, placche pleuriche, appaiano in alcune radiografie per poi scomparire in medesimi esami effettuati successivamente dallo stesso soggetto» determinando così anche differenti riconoscimenti della malattia professionale da parte dell’Inail.

Il consulente boccia quelli che furono i dispositivi di sicurezza adottati da Isochimica spa, ovviamente facendo riferimento a quella che era la normativa in materia all’epoca dell’attività della fabbrica: «mascherine e tute di carta assolutamente inefficaci a proteggere le vie respiratore, solo in una seconda fase sostituite da caschi però privi di respiratore all’interno dei quali fu riscontrata una presenza di amianto fino al 50% in più del limite massimo consentito dalla legge e i panni indossati, che avrebbero dovuto essere smaltiti, venivano portati a casa esponendo così al pericolo anche le mogli».

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