L'alzata del Giglio in onore di San Rocco, la tradizione di Flumeri.

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DSC_8854L’ALZATA – 8 agosto – un prodigio che si ripete ogni anno e che fa di ogni flumerese un flumerese, da sempre e per sempre.
Il Giglio, costruito per lo più in posizione supina, l’otto agosto è posizionato in verticale: E’ IL GIORNO DELL’ALZATA!!!
Evento emozionante che si rinnova sulle tracce di un copione antico, scritto nel profondo dell’animo di ogni flumerese.
Nella sola forza delle braccia si concentra l’energia necessaria a sollevare l’enorme e pesante obelisco. Tutto avviene rigorosamente a mano.
Si utilizzano esclusivamente forconi, scale, pali e funi.
OH……….FORZA!!!!!…..è il “comando” che coordina il tutto: anche questo grido fa parte della tradizione.
Dopo vari ed intensi “strappi” intrisi di sudore, le ruote della carretta finalmente toccano terra: è l’ora delle funi.

Anche per quest’anno è fatta. Il Giglio si ferma come per miracolo sulla verticale: è LA GRANDE EMOZIONE, un trionfo dell’impegno collettivo, spontaneo e disinteressato di ogni flumerese.

LA TRASLAZIONE – 15 Agosto ore 17,00 circa… è il momento in cui l’obelisco di grano lascia il Campo del Giglio per raggiungere la Chiesa di San Rocco, Santo nel cui onore è stato realizzato.

Il timone della carretta è attaccato ad un potente trattore che ormai ha sostituito la coppia di buoi che fino a qualche tempo fa era l’unica forza disponibile capace di muovere una massa così pesante. Durante la traslazione la comunità locale vive momenti d’intensa ritualità.

I flumeresi impegnati nel tirare le funi, durante il trasporto dovranno dimostrare grande abilità nel guidare la monumentale struttura alta trentuno metri.

A rendere ancora più vivace e folkloristico l’evento, saranno i giovani che con canti e balli creeranno un ambiente piacevole e divertente per l’intero tragitto e non solo.

LA STORIA
Nel lontano passato, il Giglio era dedicato alla dea Cerere, legato certamente alle origini pagane dei riti caratterizzati dall’offerta dei prodotti della terra.

La parola Giglio significa proprio “Offerta di primizie”. In quel tempo, le primizie dei frutti ricavati dalla terra erano offerti in segno di devozione e di culto, perciò il Giglio non era altro che una particolare confezione, un modo caratteristico di presentare il dono. Nell’ultima giornata della mietitura, si prendeva da ogni campo una “gregna lunga” cioè un Giglio, si poneva in testa ad una donna e si portava, tra suoni e balli, al tempio, in segno di riconoscenza verso la dea e per ringraziarla del buon raccolto.
Si racconta che ogni contrada portava in paese il suo Giglio, cioè una semplice “gregna” che fu sostituita più tardi da covoni trasportati su un carro agricolo (la famosa carretta) addobbato secondo la fantasia di chi offriva il grano.
Di qui la prima trasformazione di quest’usanza.
Gruppi di famiglie delle diverse contrade, decisero di legare i fasci di spighe intorno ad un’asta di legno per farne tanti Gigli recanti la scritta di colui che li donava.
Nel lontano 1600, quando la popolazione flumerese scese da 600 a 240 persone, a causa della peste, i cittadini si misero sotto la protezione di San Rocco, sicuri che il Santo proteggesse oltre che dalla peste da altre disgrazie e malanni. I flumeresi ritenevano, infatti, che, in occasione dei disastrosi terremoti che investirono l’area, Flumeri e la sua popolazione fossero stati risparmiati dalla catastrofe per intercessione del Santo.
Si racconta, tra l’altro, che un certo Maglione Rocco, in una calda notte di luglio, durante uno dei suoi abituali viaggi con il traino da San Nicola Baronia ad Ariano Irpino, s’imbatté in un uomo che, dal Campo Comune, vicino all’Antico Portone, guardava verso il paese. Il Maglione chiese allo sconosciuto il motivo della sua presenza in quel luogo a quell’ora (erano circa le tre del mattino) e si sentì rispondere: “Sto a guardia di questo paese e dei suoi abitanti”.
Quest’aneddoto spiega il motivo per cui il Giglio è stato dedicato al Santo Taumaturgo di Montpellier.
Nel secolo XIX, i covoni cominciarono ad essere lavorati in paese da volenterosi ricompensati con pasti caldi preparati dalla Congrega di San Rocco. Lo scopo era quello di formare un unico Giglio simbolo dell’unità della collettività e della riconoscenza verso il Santo per il buon raccolto e per la protezione avuta contro le calamità naturali.
Alla fine dell’Ottocento i Gigli si ridussero a due unità. Il primo alto dieci metri, era allestito in rappresentanza delle contrade ed era chiamato “asta”; il secondo, alto circa venti metri, era il Giglio vero e proprio, simbolo della tradizione locale.
All’inizio del novecento la preparazione del Giglio cambiò. La costruzione, infatti, si progettava già all’inizio della primavera con l’accurata ricerca di un albero che generalmente era un ciliegio o un pioppo, sul quale erano montate le gregne. Nel mese di luglio l’albero, precedentemente individuato, era tagliato e trasportato al Campo Comune, dove si ammucchiavano i covoni. Nel campo gli uomini ripulivano il tronco dell’albero dai rami, lo sistemavano sulla carretta e lo legavano con robuste funi di canapa per fargli mantenere la posizione verticale durante il trasporto.
Le donne, invece, preparavano i mazzetti di spighe (matte’l) e le catene che avrebbero ornato il Giglio. Nei primi giorni di agosto si cominciava la vestizione delle parti più alte con i matte’l e poi seguiva l’alzata e la vestizione della parte inferiore con le trecce fino a coprire tutto il carro ad eccezione del timone. Finita la vestizione, si cominciava la gara fra i contadini per ottenere il privilegio di offrire la coppia di buoi per il trasporto, che avveniva, come avviene tuttora, il pomeriggio del giorno di ferragosto.
Agli inizi degli anni ottanta è stata modificata la struttura portante del Giglio. Ad oggi, infatti, è scomparso il fusto d’albero, sostituito da un robusto castelletto di travi di legno, travi che man mano si restringono fino a raggiungere l’altezza di trentuno metri. Anche la base è cambiata; essa è costituita da un carro di ferro che rimane ribaltato fino al momento dell’elevazione.
Il Giglio, però, ha conservato la sua autenticità tradizionale, anche se, ogni anno, la forma dei pannelli è modificata per esigenze legate al rinnovamento estetico. La raccolta e la lavorazione dei covoni rimangono invariate.

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