L'Irpinia, il verde della Campania.

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di Anna Zollo

L’Irpinia è da sempre stata definita quale polmone verde della Campania.  Quando di parla di questa area si è convinti   che ad essa appartengono solo i comuni ricadenti nella provincia di Avellino. Questo è vero solo in parte,  la provincia di Avellino venne istituita nel 1860,ma hanno fatto parte dell’Irpinia numerosi comuni,  rientranti nella provincia di Benevento, Caserta, Salerno e Foggia (fino agli anni 40 del 1900)

Grazie alla sua morfologia l’area è sempre stata la perla di tranquillità della Campania dovuta dall’impervia  struttura morfologica, che negli anni ne ha salvaguardato le peculiarità naturalistiche.

Famosa  oggi per il buon cibo, il buon vino e la tranquillità dei paesaggi.

Vediamo ora  il significato del nome Irpinia.

Gli irpini con i sanniti furono i primi popoli dell’area.

Gli Irpini  devono il loro  nome al  lupo, che in sannitico si chiamava irpus, e che era il loro animale sacro. Diverse le leggende sull’attribuzione del nome Una leggenda dice che il Popolo Irpino avesse preso quel nome, per aver avuto a guida dell’occupazione del nuovo territorio un lupo. Una altra, forse più credibile è quella che afferma che il popolo  durante le battaglie si  movesse   dietro l’insegna di quell’animale, raffigurato anche in parecchi tipi di monete. Per altri invece potrebbe essere a causa dell’abitudine di attaccare i popoli nemici   nelle pianure, e nei luoghi presso il mare , piombando quivi all’improvviso dai monti, e rintanandosi poi, a guisa di lupi, con la loro preda. Essi stessi poi, per attenuare quella fama e nobilitare l’origine del nome, avrebbero potuto inventare e diffondere la leggenda del lupo-guida.Potrebbe però anche darsi che ai nuovi incomodi vicini quel nome fosse dato dagli abitatori della Campania, della Conia e dell’Apulia, per l’abitudine, che quei guerrieri agresti e rudi avevano,

Questo carattere da guerriero ancora oggi è un tratto marcato del temperamento delle comunità irpine.

Negli anni ha subito numerose ferite, chi infatti non ricorda il tragico terremoto dell’80 dove morirono 3000  morti , mentre i     feriti furono 9000,e 300.000gli sfollati. Furono  danneggiati 280 paesi,  mentre 36 rasi al suolo. Anche se a 33 anni dalla tragedia, il popolo irpino ha saputo rimboccarsi le maniche e ricominciare!

Affianco alle bellezze paesaggistiche, oggi troviamo un impianto infrastrutturale di tutto rispetto e anche nel comparto industriale/commerciale molto è stato fatto.

L’Irpinia con i suoi 118 comuni, rappresenta una area dove è presente una elevata complessità ambientale. Sono presenti peculiarità

  • Rurali
  • Agricole
  • Termali
  • Religiose
  • Socioeconomiche
  • Sportive
  • Enogastronomiche

 

Famosa per

  • i suoi vini:tra i più pregiati   il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo, l’Aglianico e il Taurasi.
  • Per i formaggi : il “Caciocavallo” podolico (Calitri, Aquilonia, Bisaccia), la “Scamorza”, ecc.
  • Per gli insaccati:    la produzione di salame, come la “Sopersata” o “Sopressata”, la “Salsiccia” e la pasta casereccia (Cavatielli, Lagane,la Maccaronara diCastelvetere sul Calore).
  • Oltre che per  Il Tartufo di Bagnoli, la “Castagna di Montella, le nocciole

Inoltre di rilevante interesse è il santuario di Montevergine, e le diverse chiese rupestri.

Per quanto concerne le chiese rupestri si devono soprattutto all’antica pratica della transumanza.

Il santuario di Montevergine, è un luogo di culto di forte appeal per tutte le comunità sia irpine e sannite, che negli anni ha assunto un ruolo fondamentale, commisurato al Santuario di Pompei.

L’origine ufficiale del Santuario di Montevergine risale alla consacrazione della prima chiesa nel lontano 1126.

Fu realizzata dopo che Guglielmo ( poi divenuto santo) eremita,  fosse arrivato sulla montagna in cerca di  un luogo solitario per raccogliersi in preghiera, ma fin da subito la sua fama e le sue virtù attrassero sul monte uomini e donne, discepoli e sacerdoti desiderosi di servire Dio sotto il suo magistero. Egli fondò una Organizzazione monastica germogliata dal tronco benedettino che chiamò Congregazione Verginiana. San Guglielmo espose nella chiesetta alla venerazione dei fedeli, una piccola immagine della Madonna, che negli ultimi decenni del XII secolo fu sostituita da una bellissima tavola, dove la Vergine appare incoronata e in atto di allattare il Bambino, questa tavola è conservata nel museo del Santuario ed è detta ‘Madonna di s. Guglielmo’. Si dice che  l’icona giunse a Montevergine circondata da leggenda e devozione. Alcune leggende affermano ce la tela fosse stata  dipinta  da s. Luca, che aveva conosciuto la Madonna e aveva osato ritrarla, egli sarebbe soltanto l’autore del capo, ma sgomento non aveva finito il viso; addormentatosi, l’aveva trovato completato il mattino dopo da misterioso intervento celeste. Il quadro sarebbe stato prima esposto a Gerusalemme, poi trasferito ad Antiochia, poi a Costantinopoli, infine a Napoli, qui finì nelle mani di Caterina II sposa di Filippo di Taranto, la quale lo fece completare, si dice, da Montano d’Arezzo e lo donò al Santuario di Montevergine.
Studi espletati nei secoli successivi, hanno escluso la pittura sia di s. Luca che di Montano d’Arezzo, attribuendo l’esecuzione dell’opera a Pietro Cavallino dei Cerroni, pittore di corte di Carlo II d’Angiò, che l’avrebbe dipinta fra il 1270 e il 1325.I fedeli hanno sempre chiamato la madonna, con la pelle scura   la “Madonna Bruna” o anche “Mamma Schiavona”, etimologia incerta.

Nel 1256 leggenda vuole che due giovani omosessuali del luogo furono scoperti in atteggiamenti intimi. Legati ad un albero del bosco, furono abbandonati e lasciati morire di fame e di sete. Fu la Madonna nera, presa a compassione, che fece il miracolo liberandoli. Da allora il 2 febbraio, giorno di Candelora, si tiene una processione di cui sono protagonisti i femminielli, che giungono da tutto il Mezzogiorno per onorare la Madonna Schiavona di Montevergine.

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