Varrebbe 1 miliardo di € il quadro di Escher trovato a Volturara Irpina.

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L’ Associazione Nazionale A.N.G.S.E   da anni ormai si sta occupando dell’Inedito Quadro di ESCHER trovato a Volturara Irpina ( AV ).

Come Associazione Culturale, in diverse occasioni abbiamo avuto modo di parlare con il proprietario dell’Opera , l’ex appartenente alla Polizia di Stato Raffaele DE FEO.

Nel corso del tempo, ci siamo appassionati ancora di piu’ alla vicenda del Quadro raffigurante NESSIE il mostro di Loch Ness che emerge dalle acque   sulle note di un flauto suonato dall ’UOMO NERO senza VOLTO. Opera in carboncino datata 18.1.1949 di cm 53 x cm 42.-

A volte anche noi ( come tanti altri ) dopo aver udito di persone che hanno pagato decine e centinaia di milioni di Euro per una sola OPERA D’ARTE, ci siamo chiesti e lo abbiamo chiesto anche al Raffaele DE FEO ponendogli la seguente domanda : Quanto vale quest’Opera da te ritrovata ?. La Sua risposta ci ha scioccati : “ non sono un mercante d’Arte, ne’ un’ esperto del settore ma da quello che ho visto in questi tredici anni ( dal ritrovamento ) ritengo che il suo valore sia inestimabile”.

Quindi eravamo rimasti al punto di partenza . Dal nostro punto di vista, un valore inestimabile non ci dava affatto l’idea del suo valore pertanto gli abbiamo chiesto di esprimersi in una maniera piu’ semplice. La seconda risposta del DE FEO e’ stata netta e diretta : ALMENO UN MILIARDO DI EURO ( e poi ha aggiunto )

“ Collezionare Opere d’Arte diventa un diffuso STATUS SYMBOL, una chiave per passare dalla porta principale negli eventi mondani che contano ed entrare nell’olimpo dell’alta borghesia. Non tutti hanno il tempo, l’opportunita’ e la passione per calarsi in un mondo tanto affascinante quanto “ insidioso “. Spesso nell’acquisto di un Quadro,o di una Scultura, e’ un’apparente dettaglio che fa la differenza. Il valore di un’Opera d’Arte dipende in primo luogo dall’Artista che l’ha realizzata, dalla tecnica utilizzata, dalle dimensioni, dal soggetto rappresentato, il periodo storico in cui e’ stata realizzata, lo stato di conservazione, la bellezza, la provenienza e l’autenticita’ e tutte queste condizioni rientrano in questo CAPOLAVORO INEDITO di ESCHER “.

Se la prima risposta ci aveva scioccati, la seconda risposta del DE FEO Raffaele ci ha addirittura “paralizzati “ e non abbiamo osato chiedergli altro perche’ lo aveva gia’ compiutamente spiegato.

Milioni di persone sanno chi e’ ESCHER, miliardi di persone sanno chi e’ NESSIE il mostro di Loch Ness e chi e’ l’Uomo Nero senza Volto. Due MOSTRI cosi famosi su un’unica Opera di Maurits Cornelis ESCHER ( 1898-1972 NL ) .

 

3 COMMENTI

  1. Don Caciotta, il parroco della chiesa di San Nicola, aveva mandato a chiamare Magnafasuli. Il vero nome del buon parroco era don Pezzotta, ma da tutti era detto don Caciotta per il suo essere sferico.
    “Magnafasuli, lo sai quanto ti voglio bene. Ma adesso ti devo parlare franco, proprio per il tuo bene. La natura ha circondato il paese di questi bei boschi. Vai a respirare l’aria purissima. Prendi il fucile e vai a caccia. Trovi una lepre, magari un cinghiale.”
    A Magnafasuli questo prologo piace poco. Ma ci gira intorno.
    “Don Caciotta vi ricordate quando ero il vostro chierichetto?”
    E come non si ricordava. Don Caciotta doveva portare le ginocchiere come i calciatori, perché Magnafasuli gli dava il turibolo contro il ginocchio.
    “Figlio mio benedetto, te lo devi levare dalla testa questo tuo capolavoro. E’ solo uno scarabocchio.”
    Alla parola Scarabocchio le mani di Magnafasuli presero a tremare, come volesse strozzare don Caciotta.
    “Don Caciotta, voi che ne volete capire di arte. State tutto il tempo a ripetere San Matteo disse questo e Giuda fece quest’altro. Io tengo un capolavoro che vale una fortuna. Me lo vendo e me ne vado da questo paese di infami.”
    Don Caciotta fa adesso il volto severo:
    “Magnafasuli, dire il falso è peccato grave. Adesso vai, va. la Madonna t’accompagna.”
    I due si guardarono torvi.
    “Riverisco, don Caciotta. Statevi bene.“
    Tornato a casa, Magnafasuli non si dava pace.
    “Questi preti sozzi vanno con le femmine e mi vengono a dire cosa devo fare.”
    Voleva dare querela a don Caciotta. La famiglia, specie le donne, lo dissuasero.
    “Sei uscito pazzo? Il Papa ci scomunica, andiamo tutti all’inferno.”
    Magnafasuli voleva scrivere al vescovo, che venisse a sospendere don Caciotta ‘a divinis’.
    “Ma che ti devi scrivere? I vescovo sta dalla parte del parroco, che non ci benedice la casa a Pasqua. Diventiamo la favola del vicinato.”

  2. Le origini del villaggio di Tontorara Cirpina risalgono all’età della pietra. Una piccola tribù di cavernicoli scelse una vallata protetta dai monti per trovare riparo dall’assalto dei lupi durante la notte. Essi costruirono capanne circondate da paletti di protezione. Le gelide notti e la neve d’inverno spingevano i lupi primitivi all’assalto delle capanne. Le belve feroci affamate prediligevano le giovani femmine grasse tenere e meno pelose degli uomini. Questi cavernicoli venivano chiamati tontoraresi dalle altre tribù, donde il nome di Tontorara. I Tontoraresi si nutrivano di certe zucche dette cocozze, per cui venivano chiamati anche con l’appellativo di Cocozzielli.
    Più tardi essi si dedicarono anche alla pastorizia, come testimonia la nenia tramandata
    Nonna, nonnarella
    Lo lupo s’ha mangiato la pecorella.
    Che veniva cantata ai pargoli perché se ne stessero lontano dai lupi. Le pecore erano tutto per i Tontoraresi e non ci poteva essere insulto più grande di questo ‘te pozza murì lu piecuru’. (Ti possano morire le pecore).
    Passano i secoli e i Romani deportano a Tontorara il popolo cirpino, che si era ribellato alle legioni di Roma.
    I cirpini erano gente rozza e sudicia, tuttavia furono bene accolti dai Tontoraresi, contenti di qualcosa di nuovo oltre alle solite pecore. Da allora il villaggio prese il nome di Tontorara Cirpina.
    I Cirpini erano di animo sensibile e si dilettavano di far disegni sulla pelle di pecora con un tizzoncino. Un giorno un Tontorarese vide un crocchio di Cirpini attorno a un di loro che appunto aveva finito uno di questi disegni. Non appena il Tontorarese fu vicino, i compari Cirpini presero a tessere lodi:
    “Ma quanto è bello.”
    “Che capolavoro.”
    “Deve valere almeno mille cocozze-“
    Il Tontorarese comprò il disegno e tornatosene a casa lo mostrò alla sua sposa:
    “Moglie mia, guarda che affare che ho fatto. Il Cirpino ne voleva mille cocozze ma io glie ne ho date cento.”
    La moglie sapeva che doveva assecondarlo, altrimenti lo sposo le avrebbe tirato una pietra sulla testa oppure l’avrebbe seduta sulla brace. Pertanto si finse contenta e gli disse:
    “Quello che fa lo mio Tontorarese è sempre ben fatto.”
    Ma intanto lei sospirava ‘Mittilo ‘nculo a soreta’. Mettilo in culo a tua sorella.
    Corrono i secoli uno dietro l‘altro, passa il tempo e non te ne accorgi. Siamo arrivati all’800.-
    Fra i vigneti e i sempre verdeggianti boschi, gli alberi di noci e castagne, Tontorara Cirpina, paesello di duemila abitanti, è disteso al sole nella breve estate e coperto di neve nel lungo inverno. Domina la Piazza il severo campanile della parrocchia di San Nicola, alto e acuminato, con una croce nera sulla punta, che a mezzogiorno riflette il sole. Dalle bianche case escono le contadine con la conca di rame sulla testa a prendere l’acqua freschissima dalle pubbliche fontane.
    . Sotto questo cielo incontaminato, in una delle bianche casette, poco distante dalla Chiesa parrocchiale, viveva in compagnia del cane Pummarola la brava famiglia Magnafasuli, che aveva tutto riposto il suo futuro nell’unica figlio Rafaele, il quale di gran cuore si dimostrava sempre buono, ubbidiente e rispettoso. Di civile condizione, vivevano della comodità che offre un paesello rurale, con un discreto reddito di famiglia. La saggia madre educava Rafaele alla pratica della carità, della tolleranza e dell’amore. Il giovanetto, all’età di venti anni, aveva già acquistato il diritto alla benemerenza dei suoi conpaesani. Chi non conosceva in Tontorara le virtù di Rafaele Magnafasuli? Rispettato e amato da tutti, lo chiamavano l’angelo consolatore degli afflitti, la salvezza degli infermi e il sollievo dei poveri. Lo stesso Podestà lo volle nelle sue guardie urbane.
    Ma il destino infame era in agguato.
    Un giorno un viaggiatore a nome Leonardo Cavaturaccioli si fermò a Tontorara Cirpina per farsi una mangiata di fagioli quarantini, specialità del posto. A fine pasto, e tracannato qualche bicchierozzo, il viaggiatore disegnò uno scarabocchio sul menu incorniciato. Intanto i fagioli avevano cominciato a danzare nella pancia del viaggiatore e lui disse all’oste che il disegno gli era stato ispirato dal Pirito Santo.

    L’oste rifiutò lo scarabocchio in pagamento del conto. Il quadretto, gettato in strada dall’oste, colpì alla testa il nostro paesano Magnafasuli, il quale si portò a casa il quadretto, ma da allora non fu più lo stesso uomo.
    Il podestà a malincuore aveva dovuto licenziare la guardia urbana Raffaele Magnafasuli che quello, invece di mantenere l’ordine e il decoro in nome del re, fermava i viandanti per mostrargli il suo scarabocchietto. E se i malcapitati non si sperticavano in lodi, gli infliggeva una ammenda e persino li minacciava di portarli in prigione. Avvolto nel suo sogno di diventare ricco, con la vendita del suo capolavoro, Magnafasuli non voleva neanche più zappare l’orto di casa. Tanta era la disperazione della famiglia, che si risolse a chiamare l’esorcista. E venne dunque un fratocchio di grande fama portando seco il bastone benedetto per scacciare lo diavolo. Lo frate ordinò che fossero tolti li panni di dosso a Magnafasuli, che poi misero in una tinozza di acqua bollente. Magmafasuli si dimenava e malediceva come in lui fosse lo diavolo. Accanto alla tinozza pregava la commare ‘pereta, figlio mio pereta, caccia lo diavolo da lo culo.’
    Lo frate intanto recitava un suo sgangherato esorcismo.
    Aglio e travaglio
    Qua sotto c’è un imbroglio
    Diavolo dannato
    Ti lava il mio bucato.
    Poi prese chiedere a Magnafasuli se non vedeva come il quadro fosse opera sozza del demonio- Ma il posseduto negava e lo frate prese a bastonarlo sul capo. Mentre Magnafasuli giaceva stordito nella tinozza, lo frate disse che lasciava il bastone benedetto, in caso il diavolo fosse tornato. Poi che ebbe avute quattro pollastre riprese la sua via.

    A seguito di nuovi eventi devo formulare una nuova ipotesi sulla origine del famoso Escher-scarabocchio di proprietà di Raffaele De Feo.
    Seguendo le indicazioni dello stesso De Feo, ho fatto a ritroso il percorso dello scarabocchio fino a una cittadina in Svizzera. A fine ‘800 in questa cittadina si verificò una epidemia di gastroenterite, volgarmente detta mappazza. Si notò che tutti i soggetti erano soliti consumare il pranzo in una osteriola del luogo. L’oste maledisse la sorte, ma strepitò che il suo cibo era fresco e sano, ne mangiava ogni giorno la sua famiglia.
    Si cambiò il menu, ma i casi continuarono.
    Si scoprì che tutti i casi provenivano dallo stesso tavolo. Si cambiò il tavolo, ma i casi continuarono.
    I sospetti si appuntarono su uno scarabocchio appeso di fronte al tavolo. L’oste era stato costretto a metterlo in mostra per accontentare un amico. Tolto il quadro, i casi sparirono. Il medico condotto scrisse sul retro Causa Escherichia Coli. IL tempo cancellò parte della scritta e rimase Escher.

    Purtroppo al nostro Raffaele De Feo è stata rifiutata la esposizione del suo capolavoro al
    PAN.Escher
    PAN | Palazzo delle Arti Napoli dal 1 novembre 2018 al 22 aprile 2019
    La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation e curata da Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea.
    Pare che di fronte alle petulanti insistenze del De Feo ‘e allora dove devo metterlo questo capolavoro?’ , il direttore della mostra si sia inalberato ‘Mittilo ‘nculo a soreta’. Ma sono voci sicuramente false.
    A ogni buon conto il nostro Raffaele De Feo ha minacciato querela per Mancata Esposizione di Capolavoro, per il tramite del noto studio legale Peppino Nardiello di Avellino..
    Infine il suo compariello Michelangelo Marra di Volturara Irpina lo ha consolato che si tratta del solito complotto internazionale e bisognava mandare la perizia di Petrcchia alle Nazioni Unite.
    In questo caso di mancata esposizione, il Raffaele De Feo non può far colpa a miei presunti commenti su Internet. Nulla risulta al riguardo.
    Breaking News
    Raffaele De Feo è tornato dal direttore del Pan, sventolando la perizia calligrafica di tale Petrecchia,
    che avvalora la presunta firma di Escher sullo scarabocchio. A quanto pare il direttore ha cercato di strangolare il De Feo, urlando paonazzo in volto ‘mavafanculo tu e Petrecchia’. Si tratta di voci infondate. Il direttore è persona di modi raffinati ed eccellente educazione.
    Dal mio canto mi permetto di osservare che:
    La perizia Petrecchia è di parte, eseguita senza scritture di comparazione. Quindi dal punto di vista legale vale una beata mazza.
    Dietro il quadretto del De Feo ci potrebbe anche essere la firma di Raffaello e di Picasso, ma lo scarabocchio non diventerebbe un capolavoro, essendo una patacca per la sua intrinseca natura.
    Il figlio di M. C. Escher ha definito la Petrecchia una imbrogliona incompetente.

    Et coeterum censeo. Sono tredici anni che la mia famiglia viene molestata da questa farsa. Ci diamo un taglio. Raffaele De Feo soffre di fissazioni psicopatiche, chiaramente vittima di circonvenzione di incapace a fine di lucro. Con primaria responsabilità del suo avvocato Giuseppe Nardiello.

    Gentile signor presidente,
    anni orsono, ventura volle che un paesano di Volturara Irpina, trovasse in un suo ripostiglio o soffitta un brutto scarabocchio incorniciato. Il padre del paesano sollecitò il figlio affinché lo gettasse e mai consiglio fu
    più saggio. Sventura volle che il paesano mostrasse lo scarabocchio a certi suoi compaesani furbi o burloni, i quali gli mostrarono una parola scritta dietro il quadro che pare si leggesse Escher. A cagione di questa parola, lo sventurato novello Calandrino fu convinto di aver trovato un capolavoro del pittore fiammingo M.C.Escher. Il nostro uomo non volle sentir ragioni e perso del tutto il poco senno che aveva prese a tempestare i più importanti musei e mostre che gli esponessero a pagamento il quadro, che a suo dire valeva non meno di un miliardo di euro. Assai deludenti furono le risposte.
    Le sventure non arrivano mai sole e il nostro uomo fu indotto recarsi da tale Giuseppe Nardiello, avvocato in Avellino. Questi comprese come la buona sorte gli avesse mandato un pollo da spennare e lo indusse a farsi fare un perizia grafica di quella parola Escher. Il perito grafico di parte, tale Petrecchia, pur priva di testimonianze e scritture di comparazione, avvalorò la richiesta e il paesano si sentì il miliardo di euro in tasca, ma non trovò alcuno che gli desse un centesimo. Senza perder tempo, il nostro uomo scrisse alla Società Internazionale di M.C. Escher in Olanda. Ma la risposta lo rese feroce. Dall’Olanda chiamavano imbroglioni lui, il perito grafico Petrecchia e l’ avvocato Nardiello. Il figlio di M.C. Escher ci mise del suo, negando che la parola Escher dietro al quadruccio fosse di pugno del padre.
    Come e da chi il paesano fu convinto di essere vittima di un complotto internazionale è affare nebuloso. I sicuro siamo in presenze di circonvenzione di incapace.

    Alla fine Magnafasuli si dovette arrendere. La cricca internazionale dei mercanti d’arte era troppo forte e gli avrebbe impedito di vendere o esporre il suo capolavoro.
    Forte è l’animo, dura la capa del Tontoralese. Magnafasuli fece visita alla maestra di scuola per farsi scrivere una lettera al museo di Pietroburgo. In Russia i mercanti capitalisti non li potevano soffrire, Pietroburgo sarebbe stato dalla sua parte.
    “Compagno direttore del Museo di Pietroburgo, i nemici del popolo sono contro di me. Esponi il mio capolavoro inedito. All’inizio mi contento di poco.”
    La risposta raggelò Magnafasuli.
    “Compagno Rafaele Magnafasuli, proprio a me dovevi venire a sfottere? Vafanculo a soreta.”
    Il capitalismo si era impadronito della Russia, non restava che la Cina. La antichissima civiltà cinese era quello che ci voleva per comprendere la bellezza del suo capolavoro. I cinesi avrebbero appeso migliaia di riproduzioni lungo la Via della Seta.
    La risposta dei cinesi fu la madre di tutte le delusioni per Magnafasuli.
    “Compagno Magnafasuli, il tuo scarabocchio è una fetenzia e tu sei un gran fetentone. Tu hai bisogno di cure psichiatriche. Vieni qua, che ti facciamo l’agopuntura. Ti mettiamo gli agni nella zucca a te e a quel gran cornuto del tuo avvocato. Comunque facci sapere se hai fagioli quarantini da vendere.”
    Magnafasuli aveva stracciato e bruciato la lettera dei cinesi.
    “Magnafasuli à arrivato niente dalla Cina?”
    “Ancora niente. Vi farò sapere.”
    Fischiava il vento, aspra cadeva la pioggia, il turbine di neve avvolgeva gli alberi e cadeva a terra, Magnafasuli un giorno si e due no entrava in tribunale, talora in compagnia del suo avvocato Peppino Pecoriello Scassalaminchia, del noto studio legale Scassalaminchia&Scassalaminchia- L’inquisitore era in una posizione infelice. Riconoscere che lo scarabocchio era un capolavoro avrebbe significato la fine della sua carriera, i commenti degli altri inquisitori invidiosi, gli sberleffi dei monelli. Mandare al diavolo Magnafasuli era pericoloso, bisognava dirgli sempre di si.
    “E’ permesso, illustrissimo signor inquisitore?”
    “Entra, entra, Rafaele, questa è casa tua-“
    Magnafasuli era venuto a dare querela, a consultare gli atti, depositare carte, a chiedere giustizia. Voleva sapere se la notifica era partita, se l’udienza era stata fissata.”
    Don Caciotta, il parroco della chiesa di San Nicola, aveva mandato a chiamare Magnafasuli. Il vero nome del buon parroco era don Pezzotta, ma da tutti era detto don Caciotta per il suo essere sferico.
    “Magnafasuli, lo sai quanto ti voglio bene. Ma adesso ti devo parlare franco, proprio per il tuo bene. La natura ha circondato il paese di questi bei boschi. Vai a respirare l’aria purissima. Prendi il fucile e vai a caccia. Trovi una lepre, magari un cinghiale.”
    A Magnafasuli questo prologo piace poco. Ma ci gira intorno.
    “Don Caciotta vi ricordate quando ero il vostro chierichetto?”
    E come non si ricordava. Don Caciotta doveva portare le ginocchiere come i calciatori, perché Magnafasuli gli dava il turibolo contro il ginocchio.
    “Figlio mio benedetto, te lo devi levare dalla testa questo tuo capolavoro. E’ solo uno scarabocchio.”
    Alla parola Scarabocchio le mani di Magnafasuli presero a tremare, come volesse strozzare don Caciotta.
    “Don Caciotta, voi che ne volete capire di arte. State tutto il tempo a ripetere San Matteo disse questo e Giuda fece quest’altro. Io tengo un capolavoro che vale una fortuna. Me lo vendo e me ne vado da questo paese di infami.”
    Don Caciotta fa adesso il volto severo:
    “Magnafasuli, dire il falso è peccato grave. Adesso vai, va. la Madonna t’accompagna.”
    I due si guardarono torvi.
    “Riverisco, don Caciotta. Statevi bene.“
    Tornato a casa, Magnafasuli non si dava pace.
    “Questi preti sozzi vanno con le femmine e mi vengono a dire cosa devo fare.”
    Voleva dare querela a don Caciotta. La famiglia, specie le donne, lo dissuasero.
    “Sei uscito pazzo? Il Papa ci scomunica, andiamo tutti all’inferno.”
    Magnafasuli voleva scrivere al vescovo, che venisse a sospendere don Caciotta ‘a divinis’.
    “Ma che ti devi scrivere? I vescovo sta dalla parte del parroco, che non ci benedice la casa a Pasqua. Diventiamo la favola del vicinato.”

  3. Anima di Tontorara è La Piazza, il luogo delle trame e degli intrighi, spesso falsi e inventati. E’ un club per uomini. Le donne, anche se ora indipendenti e smaliziate, attraversano la piazza quasi solo per andare a casa. A meno che non sia domenica all’ora della messa. Nella piazza si indaga sul proprio nemico, sulle donne sole e ancora piacenti, su un buon affare. La Piazza accoglie amorevole le dissertazioni sulle castagne, sui fagioli e sulla filosofia greca. La Piazza nella sua infinita pazienza non si stanca mai di sentire le stesse storie.
    “Che si dice don Gaetà?”
    “E che si deve dire don Gennarì?”
    La Piazza attende con impazienza le ltime notizie da Magnafasuli, dopo che è stato dal suo avvocato.

    Ma il Draagone ritorna sul caso:
    Noi del Dragone siamo gente seria, ci teniamo a non essere confusi con quei ruffianelli del Campanaro.
    Cari lettori, sentite cosa ci telefona il nostro inviato speciale in Olanda.
    Ancora una volta si conferma quanto sia pericoloso e ingrato il lavoro dell’inviato specoale. Abbiamo mostrato agli olandesi una foto del presunto capolavoro e cosa ne abbiamo ricavato? Pernacchie e perfino mazzate. La fortuna aiuta il paziente inviato speciale e infine abbiamo trovato la pista giusta. Ci siamo recati all’asilo Van Fricken e siamo stato ricevuti dalla direttrice.
    Abbiamo mostrato alla direttrice, una tonda e bionda signora, la foto. Il risultato? La direttrice è scoppiata in allegre lacrime.
    “Ma questo è Escher.”
    Rullo di tamburi e colpi di cannone.
    “Una opera giovanile di Escher, molto giovanile. Escher prima maniera. Uno scarabocchio disegnato dal piccolo Escher all’asilo con l’aiuto della maestra, mia nonna Eleanore Van Fricken. Poi lo scarabocchio fu incorniciato per ricordo. Come spesso succede il quadruccio finì nel carrettino di un robivecchi ambulante- Ora apprendo che il vento del destino lo portò ai paesani di Tontorrara Cirpina. Il signor Magnafasuli possiede un autentico Escher – Van Fricken.”

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