Isochimica, depongono gli operai.

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Dopo dodici mesi esatti di trasferte napoletane, gli ex operai Isochimica non demordono e numerosi si presentano all’ennesima udienza del processo in corso a Napoli, nell’aula bunker del carcere di Poggioreale. Un’udienza a tamburo battente quella che oggi avrebbe dovuto vedere protagonista l’ex commissario prefettizio del Comune di Avellino, Cinzia Guercio, in carica nel periodo di vacatio tra le dimissiono dell’ex sindaco Giuseppe Galasso e l’elezione dell’attuale primo cittadino Paolo Foti. ù

Il prefetto, assente giustificata, sarà ascoltata nella prossima udienza fissata per l’8 giugno. E così ancora una volta, a sfilare davanti al collegio presieduto dal giudice Sonia Matarazzo, sono stati gli ex scoibentatori della fabbrica di Borgo Ferrovia. E’ toccato a Emilio Matarazzo, Francesco Della Sala, Giuliano Benincasa, Rosario Angellotti, Bruno Pasquale e Aristide De Vivo, ritornare con la memoria agli anni ’80 quando, tutti in giovanissima età, varcarono il cancello del mostro d’amianto, ignari del loro destino.

Ognuno di loro ha risposto alle domande del procuratore Rosario Cantelmo e del sostituto Roberto Patscot, e a quelle dei legali degli imputati. Il primo a riaprire i cassetti della memoria, è Matarazzo, scoibentatore alle dipendenze di Elio Graziano dal 1983 al 1988: “con una semplice spatola grattavamo l’amianto dalle carrozze e, a mani nude, lo raccoglievamo per metterlo in grossi sacchi di plastica. Con l’ausilio di aspirapolveri simili a quelli che si usano in casa, ne raccoglievamo i residui rimasti sul pavimento del capannone. Anche in quel caso, eravamo noi poi a svuotarli”. Ricorda invece le modalità di funzione del grosso silos da venti metri (solo recentemente abbattuto), Della Sala: “era sempre intasato, tanto che l’amianto usciva fuori e si formavano delle nuvole di polvere di colore bluastro”.

Amianto ovunque, come ricorda anche Benincasa: “la fase di lavorazione più pericolosa a mio avviso, era quella dello smontaggio perché uscivamo completamente coperti dalla polvere. Poi con un flex tagliavamo le lamiere che coprivano l’amianto. Anche in quel caso, mangiavamo polvere. Infine con l’aspirapolvere salivamo sulle carrozze per ripulirle da eventuali residui di amianto, altrimenti i collaudatori di Ferrovie dello Stato non davano l’ok per far partire i vagoni”.

Lunghissima la deposizione di Angellotti, definito dai pm la memoria storica dell’Isochimica essendo tra i primi sette operai ingaggiati da Graziano ancor prima che l’Isochimica sorgesse materialmente. “Era il 1980 ed insieme ad altri sei colleghi fui chiamato a partecipare alla fase di start up di Isochimica: all’interno della stazione ferroviaria arrivarono alcune carrozze ed, insieme ad ex funzionari di Fs, si decise la modalità di scoibentazione da adottare in fase di produzione. La fabbrica ottenne le autorizzazione per costruzione nel 1981 e le prime carrozze furono bonificate, a secco e senza bagnare l’amianto, sul binario morto che collegava la stazione all’impianto. Fu questa la fase preliminare all’ingresso in fabbrica vero e proprio dopo fui nominato caporeparto” racconta l’ex operaio. “In fabbrica c’era un ufficio in cui vi erano cinque tecnici delle Fs che avevano il compito di controllare e certificare l’avvenuta scoibentazione, mentre, stando alla scala gerarchica dell’azienda, i nostri superiori e responsabili della sicurezza, in base a quelle che erano le norme dell’epoca, erano Pasquale De Luca, che stava in fabbrica con noi, e Vincenzo Izzo che aveva un ruolo da dirigente -ricorda- I sistemi di abbattimento polveri o aspirazione se c’erano, erano assolutamente inadeguati rispetto a quello che era la pericolosità del ciclo di produzione”.

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